domenica 29 maggio 2011

Sole

Luna

Carlos Ruiz Zafòn -Le luci di mezzanotte-

"Non credere a tutto quello che vedono i tuoi occhi"

Magritte









La luna Rossa

A volte capita di vedere la Luna che, nel momento in cui sorge, possiede un colore rossastro. Tutto ciò avviene poiché la sua luce (che proviene dal Sole e che è reindirizzata sulla Terra) deve attraversare uno strato atmosferico più ampio rispetto a quello che trova nel momento in cui è più alta nel cielo. Così, le radiazioni emanate con la sua luce, si trovano a dover oltrepassare una serie maggiore di polveri e turbolenze dell'aria, le quali disperdono questi raggi luminosi, attraverso il fenomeno della diffusione. Queste polveri, però, tendono a dispedere più facilmente i raggi con frequenze più elevate (di colore blu), mentre non disperdono, quasi per nulla, i raggi con frequenze più basse (di colore rosso). Perciò noi vediamo la luna rossa, perché la componente rossa della sua luce non viene dispersa e arriva diretta ai nostri occhi.

Fasi Lunari

Quando la Luna è più vicina al Sole (rispetto alla Terra) non può essere vista, sia per la posizione sia perché rivolge ad un osservatore terrestre il suo emisfero non illuminato. In questo caso si parla di Luna nuova o novilunio. Nella posizione opposta, cioè quando è più lontana dal Sole, la Luna appare completamente illuminata ed è visibile tutta la notte questa è la fase di Luna piena o plenilunio.
Quando la Luna, la Terra e il Sole formano tra loro un angolo retto, il disco lunare appare illuminato a metà. La quadratura che si presenta dopo l'ultima Luna nuova si chiama Primo quarto; quella subito dopo la Luna piena Ultimo quarto. Ai quarti, la Luna passa in meridiano (a Sud, alla massima altezza sull'orizzonte della sua traiettoria diurna) quando il Sole tramonta (primo quarto) o quando sorge (ultimo quarto).
Gobba a ponente luna crescente, gobba a levante luna calante.

Stidi di Leonardo Da Vinci sulla luna





Ralph Waldo Emrson

L'uomo che ha visto la luna
sorgere da dietro le nuvole nel
cuore della notte, ha assistito alla
creazione della luce e del mondo.

Henri-Frederic Amiel

Dimmi cosa provi
quando nella tua stanza
la luna piena penetra
e splende su ti te
e la tua lampada si fa fioca
e ti dirò quanti anni hai
e saprò se sei davvero felice.

il tagliatore di bambù e la figlia della luna

Molto tempo fa viveva un vecchio tagliatore di bambù. Era poverissimo e anche triste, perché il Cielo non gli aveva mandato figli per allietare la sua vecchiaia e nel suo cuore non c’era speranza di riposarsi dal suo lavoro fino a quando non fosse morto e nella pace di una tomba. Ogni mattina si recava nei boschi e su per le colline dove il bambù alzava verso il cielo i suoi snelli pennacchi verdi. Quando aveva fatto la sua scelta, tagliava i pennacchi, fendeva il bambù nel senso della lunghezza o lo tagliava all’altezza dei nodi e se lo portava a casa per trasformarlo in utensili domestici, in modo che la moglie, rivendendoli, potesse guadagnare un po’ di mezzi di sostentamento.
Una mattina come sempre era uscito per recarsi al lavoro, e avendo trovato un bel gruppo di piante di bambù, si era messo all’opera per tagliarne alcune. All’improvviso il verde dei bambù fu immerso in una luce delicata e brillante, come se su quel luogo fosse sorta la luna piena. Guardandosi intorno stupito, vide che il bagliore stava uscendo da uno dei bambù. Pieno di meraviglia il vecchio lasciò cadere l’ascia e si avvicinò alla luce. Quando fu più vicino, vide che quel delicato splendore proveniva da un incavo nel gambo di un bambù e, ancor più incredibile da vedere, al centro del bagliore c’era una minuscola bimba, alta solo pochi centimetri e di aspetto deliziosamente bello.
«Tu devi essere stata mandata per essere mia figlia, perché ti trovo qui fra i bambù dove tutti i giorni vengo a lavorare», disse il vecchio, e presa tra le mani la creaturina, la portò a casa dalla moglie. La bimba era così straordinariamente bella e talmente piccola, che la vecchia la mise in un cestino per proteggerla dalla pur minima possibilità che qualcosa potesse farle del male.
I due vecchi sposi erano molto contenti, poiché per tutta la vita avevano rimpianto di non avere figli e adesso erano felici di elargire tutto l’amore della loro età avanzata a quella piccola bimba che era arrivata da loro in un modo così stupefacente.
A partire da quel giorno, il vecchio spesso trovava dell’oro nell’incavo dei bambù quando li abbatteva e li tagliava; e non solo oro, ma anche pietre preziose, tanto che un po’ alla volta diventò ricco. Si costruì una bella casa e non fu più considerato un povero tagliatore di bambù ma un uomo benestante.
Passarono in fretta tre mesi durante i quali, incredibile a dirsi, la figlia del bambù diventò una ragazza adulta, tanto che i suoi genitori adottivi le acconciarono i capelli e le fecero indossare un bel kimono. Era così bella che si teneva dietro i pannelli e non permetteva a nessuno di vederla mentre li aspettava. Sembrava che fosse fatta di luce, perché la casa era piena di un’aura luminosa, tanto che anche nell’oscurità della notte era come se fosse pieno giorno. La sua presenza sembrava esercitare un influsso benigno su tutti quelli che vi abitavano. In qualunque momento il vecchio si sentisse triste, gli bastava guardare la figlia adottiva perché le sue pene svanissero e tornasse felice come quando era giovane.
Alla fine venne il giorno in cui bisognava dare un nome a quella figlia, e quindi i genitori le fecero imporre il nome di Principessa Chiar-di-Luna, perché la sua persona emanava una luce così delicata che avrebbe potuto essere figlia della Dea della Luna.
Per tre giorni si fece festa con canti, danze e musica. Tutti gli amici e parenti dei due vecchi erano presenti, e grande fu la loro gioia nel celebrare l’imposizione del nome alla Principessa Chiar-di-Luna. Tutti quelli che la vedevano dichiaravano di non aver mai visto una persona così incantevole: ogni bellezza in qualsiasi angolo del paese sembrava impallidire accanto a lei, così dicevano. La fama della bellezza della principessa si sparse ovunque, e molti erano i pretendenti che desideravano conquistare la sua mano o almeno riuscire a vederla.
Da tutte le parti arrivavano e si fermavano fuori della casa facendo piccoli buchi nel recinto con la speranza di riuscire a intravedere la principessa quando andava da una stanza all’altra passando per la veranda. Se ne stavano lì giorno e notte, rinunciando anche al sonno pur di avere la fortuna di vederla, ma invano. Allora si avvicinavano alla casa e tentavano di parlare al vecchio e alla moglie o a uno dei servitori, ma neppure questo era loro concesso.
Eppure, nonostante tutte queste delusioni, si fermavano lì un giorno dopo l’altro e una notte dopo l’altra, e nulla contava se non il loro grande desiderio di vedere la principessa.
Ma alla fine la maggior parte di quegli uomini, visto che i loro tentativi erano senza speranza, si scoraggiarono e fecero ritorno alle loro case. Tutti, tranne cinque cavalieri il cui entusiasmo e determinazione, anziché diminuire, sembrava crescere quanto più aumentavano gli ostacoli. Questi cinque uomini erano rimasti senza provviste e mangiavano quel poco che riuscivano a trovare per poter rimanere sempre fuori della casa con qualunque tempo, con il sole e con la pioggia.
A volte scrivevano lettere alla principessa, ma non furono mai degnati di risposta. Allora, visto che non ricevevano risposta alle lettere, le scrissero poesie in cui le parlavano dell’amore disperato che non li faceva dormire, mangiare, riposare e neppure permetteva loro di tornare a casa. E di nuovo la Principessa Chiar-di-Luna non diede segno di aver ricevuto le loro poesie.
L’inverno passò in questa situazione senza speranza. Neve, gelo e venti freddi lasciarono a poco a poco il posto al mite calore della primavera. Poi venne l’estate, il sole bruciava bianco e ardente nel cielo e sulla terra, eppure quei fedeli cavalieri continuavano a vegliare e attendere. Alla fine di quei lunghi mesi chiamarono il vecchio tagliatore di bambù e lo implorarono di avere pietà di loro e lasciarli vedere la principessa, ma lui rispose soltanto che non era il vero padre e quindi non poteva imporle di obbedire alla sua volontà.
I cinque cavalieri, ricevendo questa dura risposta, fecero ritorno alle rispettive case e cominciarono a meditare per trovare un modo di toccare il cuore orgoglioso della principessa, in modo che si degnasse almeno di ascoltarli. Presero i loro rosari e s’inginocchiarono davanti ai tempietti domestici, bruciarono incensi preziosi e pregarono Buddha di esaudire il desiderio dei loro cuori. Molti giorni passarono, ma non riuscirono a trovare pace.
E così partirono di nuovo verso la casa del tagliatore di bambù. Questa volta fu il vecchio a uscire loro incontro, ed essi gli chiesero se era decisione della principessa non vedere mai alcun uomo e lo pregarono di parlarle a nome loro e di farle sapere quanto era grande il loro amore e quanto tempo avevano aspettato al freddo dell’inverno e al caldo dell’estate, senza dormire e senza un tetto che li riparasse, con ogni tempo, senza cibo e senza riposo nell’ardente speranza di conquistarla, ma che avrebbero considerato un piacere questa lunga veglia, se lei avesse concesso loro anche una sola possibilità di perorare la loro causa davanti a lei.
Il vecchio ascoltò con buona disposizione la storia del loro amore, perché nel profondo del cuore si sentiva molto dispiaciuto per quei pretendenti fedeli e gli sarebbe piaciuto vedere la figlia adottiva sposata con uno di loro. Così andò dalla Principessa Chiar-di-Luna e le disse rispettosamente:
«Anche se ho sempre pensato che tu sia una creatura celeste, mi sono preoccupato di allevarti come se fossi mia figlia, e tu sei stata lieta di vivere sotto la protezione del mio tetto. Rifiuterai ora di esaudire un mio desiderio?»
La Principessa Chiar-di-Luna rispose che non c’era niente che non avrebbe fatto per lui, che lo stimava e onorava come se fosse il suo vero padre e che per quanto la riguardava non ricordava il tempo che precedeva la sua venuta al mondo.
Il vecchio ascoltò con grande gioia quella dichiarazione di obbedienza e le rivelò il proprio desiderio di vederla felicemente sposata prima di morire.
«Sono vecchio, ho settant’anni e la mia fine può arrivare da un momento all’altro. È giusto e necessario che tu incontri quei cinque pretendenti e scelga uno di loro».
«Ma perché dovrei farlo?» chiese addolorata la principessa. «Non voglio sposarmi adesso».
«Ti ho trovata tempo fa», rispose il vecchio, «quando eri una minuscola creatura alta pochi centimetri, al centro di una grande luce bianca. La luce irraggiava dal bambù in cui eri nascosta e mi guidò fino a te. Per questo ho sempre pensato che tu sia più di una donna mortale. Finché vivrò, è giusto che tu rimanga quella che sei, se lo desideri, ma un giorno finirà la mia esistenza, e allora chi si prenderà cura di te? Per questo ti prego di incontrare quei cinque uomini coraggiosi uno alla volta e decidere di sposare uno di loro».
Allora la principessa rispose che non pensava di essere così bella come raccontavano in giro e che se anche avesse acconsentito a sposare uno di loro senza prima conoscerlo, forse il suo sentimento in seguito avrebbe potuto cambiare. Quindi non era sicura di loro, e anche se suo padre le diceva che erano degni cavalieri, riteneva che non fosse saggio incontrarli.
«Tutto ciò che dici è molto ragionevole», disse il vecchio, «ma che genere di uomo acconsentirai a vedere? Ritengo che questi cinque cavalieri che hanno vegliato mesi, giorno e notte, per te non siano uomini di poco conto. Sono rimasti fuori di questa casa tutto l’inverno e tutta l’estate, spesso rinunciando a mangiare e a dormire pur di conquistarti. Cosa vuoi pretendere di più?»
Allora la Principessa Chiar-di-Luna disse che doveva mettere ancora alla prova il loro amore prima di acconsentire alla loro richiesta di incontrarla. Ciascuno dei cinque doveva dimostrare il suo amore portandole da terre lontane qualcosa che desiderava possedere.
Quella sera stessa i pretendenti arrivarono e a turno cominciarono a suonare il flauto e cantare le canzoni che avevano composto per dichiararle il loro grande e instancabile amore. Il tagliatore di bambù andò da loro e manifestò la propria comprensione per tutto quello che avevano sopportato e per la perseveranza che avevano dimostrato nel loro desiderio di conquistare la figlia adottiva. Poi riferì loro il messaggio: avrebbe acconsentito a sposare chiunque di loro fosse riuscito a portarle quello che desiderava. Questo serviva per metterli alla prova.
Tutti cinque accettarono di sostenere la prova e pensarono che fosse un’idea ottima, perché avrebbe impedito che nascessero gelosie tra loro.
La Principessa Chiar-di-Luna fece allora sapere al primo cavaliere che voleva che le portasse la coppa di pietra che era appartenuta a Buddha in India.
Al secondo cavaliere chiese di andare al Monte Horai, che si diceva si elevasse nel Mare Orientale, e di portarle un ramo dell’albero prodigioso che cresceva sulla sua cima. Le radici di quell’albero erano d’argento, il tronco d’oro e i rami producevano frutti simili a candidi gioielli.
Il terzo cavaliere doveva recarsi in Cina, cercare il Topo di Fuoco e portarle la pelle.
Al quarto cavaliere chiese di cercare il drago che portava sul capo la pietra dai raggi di cinque colori e di portargliela.
Il quinto cavaliere doveva trovare la rondine che trasportava una conchiglia nello stomaco e portarle quella conchiglia.
Il vecchio pensava che erano compiti molto ardui ed esitava a recare l’ambasciata, ma la principessa non avrebbe accettato altre condizioni. E così i suoi ordini furono riferiti parola par parola ai cinque uomini che, non appena udirono ciò che si chiedeva da loro, si sentirono scoraggiati e molto contrariati per quelli che ritenevano incarichi impossibili e fecero tristemente ritorno a casa.
Ma dopo qualche tempo, al pensiero della principessa, rinacque l’amore nei loro cuori, e decisero di fare un tentativo per ottenere ciò che lei desiderava da loro.
Il primo cavaliere fece sapere alla principessa che quel giorno stava partendo alla ricerca della coppa di Buddha e che sperava di portargliela presto. Ma non aveva il coraggio di affrontare il viaggio fino in India, perché a quei tempi viaggiare era molto difficoltoso e pieno di pericoli. Quindi si recò in uno dei templi di Kyoto e prese una coppa di pietra dall’altare, pagandola al sacerdote una forte somma di denaro. Poi la avvolse in un tessuto d’oro e, dopo aver aspettato tranquillamente tre anni, tornò dal vecchio e gliela portò.
La Principessa Chiar-di-Luna si meravigliò che il cavaliere fosse riuscito a tornare tanto presto. Tolse la coppa dal tessuto in cui era avvolta e attese che riempisse di luce la stanza, ma quella non emanava il minimo splendore, per cui capì che si trattava di un oggetto falso e non della vera coppa di Buddha.
La restituì subito e rifiutò di vedere il cavaliere. Questi gettò via la coppa e tornò disperato a casa. Aveva rinunciato a qualsiasi speranza di poter mai conquistare la principessa.
Il secondo cavaliere disse ai genitori che aveva bisogno di cambiare aria per motivi di salute, perché si vergognava di confessare loro che il suo amore per la Principessa Chiar-di-Luna era il vero motivo per cui li abbandonava. Lasciò quindi la propria casa e nello stesso tempo fece sapere alla Principessa che stava partendo per il Monte Horai nella speranza di portarle quel ramo dell’albero d’oro e d’argento che lei desiderava. Permise ai suoi servitori di accompagnarlo solo fino a metà strada, poi li rimandò indietro. Raggiunse la riva del mare e salì su una piccola imbarcazione. Dopo aver veleggiato tre giorni, sbarcò e incaricò alcuni artigiani di costruirgli una casa concepita in modo che nessuno potesse entrarvi. Poi vi si rinchiuse con sei esperti gioiellieri e cercò di fabbricare un ramo d’oro e d’argento che potesse piacere alla principessa come se provenisse realmente dall’albero prodigioso che cresceva sul Monte Horai. Ciascuno di coloro ai quali aveva chiesto, gli aveva risposto che il Monte Horai apparteneva al regno della fantasia e non esisteva realmente.
Quando il ramo fu pronto, riprese la strada di casa e cercò di darsi un aspetto che lo facesse sembrare stanco ed esaurito per il viaggio. Mise il ramo prezioso in una scatola laccata e lo portò al tagliatore di bambù, pregandolo di presentarlo alla principessa.
Il vecchio si fece ingannare dall’aspetto stanco del cavaliere e pensò che fosse appena tornato con il ramo da un lungo viaggio. Cercò quindi di convincere la principessa perché acconsentisse a vedere quell’uomo. Ma lei rimase seria e silenziosa. Il vecchio cominciò a tirar fuori il ramo dalla scatola e a lodarlo dicendo che era il tesoro più splendido che mai si fosse trovato in tutto il mondo. Poi parlò del cavaliere, di quanto era stato generoso e valente nell’intraprendere un viaggio verso una terra remota come il Monte Horai.
La Principessa Chiar-di-Luna prese il ramo tra le mani e lo osservò con attenzione. Poi disse al padre di essere certa che era impossibile che quell’uomo avesse ottenuto così in fretta e con tanta facilità un ramo dell’albero d’oro e d’argento che cresce sul Monte Horai e quindi, le dispiaceva dirlo, secondo lei non era autentico.
Il vecchio andò dal cavaliere in attesa, che nel frattempo si era avvicinato alla casa, e gli chiese dove aveva trovato il ramo. L’uomo non si fece scrupoli e inventò una lunga storia.
«Due anni fa ho preso una nave e sono partito in cerca del Monte Horai. Dopo aver veleggiato per un po’, ho raggiunto il lontano Mare Orientale. A quel punto è scoppiata una grande tempesta e sono stato sballottato qua e là per molti giorni, tanto che ho perso l’orientamento, finché sono stato sbattuto sulla spiaggia di un’isola sconosciuta. Qui ho scoperto che quel luogo era abitato da orchi che hanno minacciato di uccidermi e mangiarmi. Tuttavia sono riuscito a diventare amico di quelle orribili creature, e loro hanno aiutato me e i miei marinai a riparare la barca, così ho potuto riprendere il mare. Il cibo è finito e abbiamo sofferto molto per le malattie. Poi, dopo cinquecento giorni dalla partenza, ho visto lontano all’orizzonte qualcosa che sembrava la cima di una montagna. Quando sono stato più vicino, si è rivelata un isola al cui centro si innalzava un’alta montagna. Sono sbarcato e dopo aver vagato per due o tre giorni, ho visto un essere splendente venire verso di me portando tra le mani una coppa d’oro. Mi sono avvicinato e gli ho chiesto se la buona sorte mi aveva concesso di arrivare all’isola del Monte Horai, e lui ha risposto:
«“Sì, questo è il Monte Horai!”
«Con grande difficoltà mi sono arrampicato fino alla cima. Qui cresceva l’albero d’oro con le sue radici d’argento che penetravano nella terra. La meraviglia di quella strana terra era grande, e se cominciassi a parlartene, non riuscirei mai a smettere. Anche se desideravo fermarmi a lungo, non appena ho staccato il ramo, mi sono affrettato a ritornare. Anche alla massima velocità mi ci sono voluti quattrocento giorni per tornare indietro e, come vedi, i miei abiti sono ancora bagnati per essere stati esposti a quel lungo viaggio in mare. Non ho nemmeno aspettato per cambiarmi, tanto ero ansioso di portare in fretta il ramo alla principessa».
Proprio in quel momento i sei gioiellieri che avevano fabbricato il ramo, ma non erano ancora stati pagati dal cavaliere, giunsero alla casa e fecero pervenire alla principessa una richiesta perché il loro lavoro fosse pagato. Dissero che avevano lavorato per più di cento giorni per fare quel ramo d’oro con i ramoscelli d’argento e i frutti fatti di gemme che il cavaliere le aveva donato, ma che non avevano ricevuto nulla in pagamento. E così l’inganno del cavaliere fu scoperto, e la Principessa, lieta di evitare uno dei pretendenti più insistenti, fu ben contenta di rimandare indietro il ramo. Chiamò i gioiellieri e li ricompensò generosamente, cosicché se ne andarono pienamente soddisfatti. Ma sulla via del ritorno s’imbatterono nello spasimante deluso, che li picchiò fino a ridurli quasi in fin di vita per aver rivelato il segreto, tanto che riuscirono a malapena a salvarsi.
Poi il cavaliere fece ritorno a casa con il cuore pieno d’ira e, disperando di riuscire mai a conquistare la principessa, abbandonò ogni cosa e si ritirò a vivere in solitudine tra le montagne.
A sua volta il terzo cavaliere aveva un amico in Cina. Gli scrisse dunque di procurargli la pelle del Topo di Fuoco (la caratteristica di ogni parte di questo animale consisteva nel fatto che il fuoco non poteva danneggiarla). Promise all’amico qualsiasi somma di denaro gli avesse chiesto purché gli facesse avere l’oggetto desiderato. Appena arrivò la notizia che la nave su cui viaggiava il suo amico stava arrivando nel porto, cavalcò sette giorni per incontrarlo. Gli diede una gran quantità di danaro e prese la pelle del Topo di Fuoco. Tornato a casa, la ripose con cura in una scatola e la fece portare alla principessa, mentre rimaneva fuori ad attendere la sua risposta.
Il tagliatore di bambù prese la scatola dal cavaliere e come sempre la portò alla figlia e come sempre cercò di indurla a incontrare subito il cavaliere, ma la Principessa Chiar-di-Luna rifiutò dicendo che prima doveva sottoporre la pelle a una prova mettendola nel fuoco. Se era autentica, non sarebbe bruciata. Sciolse il nastro crespato della scatola, la aprì e buttò la pelle nel fuoco. Subito la pelle scoppiettò e bruciò, e la principessa capì che anche quell’uomo non aveva mantenuto la parola. Così anche il terzo cavaliere fallì la prova.
Il quarto cavaliere non era certo più intraprendente degli altri. Anziché partire alla ricerca del drago che portava sul capo la pietra dai raggi di cinque colori, radunò tutti i servitori e diede loro ordine di cercarla dovunque in Giappone e in Cina e proibì loro categoricamente di tornare fino a quando non l’avessero trovata.
I suoi numerosi servitori e le persone del seguito partirono in diverse direzioni, ma senza la minima intenzione di obbedire a quello che consideravano un ordine impossibile. Si presero semplicemente un po’ di vacanza, si trovarono tutti insieme in un luogo piacevole del paese e si lagnarono della irragionevolezza del padrone.
Nel frattempo il cavaliere, pensando che i suoi servitori non avrebbero mancato di trovare il gioiello, fece rimettere a nuovo la casa e la arredò lussuosamente per ricevere la principessa, sicuro che l’avrebbe conquistata.
Un anno trascorse in ansiosa attesa, e ancora la sua gente non tornava con il gioiello del drago. Il cavaliere era disperato. Non poteva aspettare ancora e quindi, presi con sé solo due uomini, noleggiò una nave e ordinò al capitano di andare in cerca del drago. Il capitano e i marinai rifiutarono di intraprendere quella che sapevano essere una ricerca assurda, ma il cavaliere li costrinse a prendere il mare.
Erano in mare solo da pochi giorni, quando li sorprese una violenta tempesta che durò così a lungo che quando la sua furia cominciò a diminuire, il cavaliere aveva già deciso di rinunciare alla ricerca del drago. Alla fine furono gettati su una spiaggia.
Il governatore di quel luogo, saputo della brutta situazione, mandò dei messaggeri con una lettera che invitava il cavaliere nella sua casa. Questi, mentre si trovava lì, ripensò a tutti i suoi guai, e il suo amore per la principessa si trasformò in rabbia, tanto che le attribuì la colpa di tutte le pene che aveva sopportato. Pensò che quasi sicuramente aveva desiderato ucciderlo pur di sbarazzarsi di lui e che per ottenere questo lo aveva fatto partire per quella ricerca impossibile.
Fu allora che tutti i servitori mandati a cercare il gioiello fecero ritorno e furono sorpresi nel ricevere lodi anziché rimproveri per averlo costretto ad aspettarli. Il padrone disse loro di essere profondamente disgustato da tutta quell’avventura e che mai più si sarebbe avvicinato alla casa della principessa.
Il quinto cavaliere fallì nella sua ricerca come tutti gli altri e non riuscì a trovare la conchiglia della rondine.
Nel frattempo la fama della Principessa Chiar-di-Luna era arrivata alle orecchie dell’Imperatore, che mandò una dama di corte per vedere se era davvero bella come si raccontava. In caso affermativo, l’avrebbe fatta venire a palazzo e ne avrebbe fatto una dama d’onore.
Quando la dama di corte si presentò, la Principessa Chiar-di-Luna, malgrado le preghiere del padre, rifiutò di vederla. Il messaggero imperiale insistette dicendo che era un ordine dell’Imperatore. Allora la Principessa Chiar-di-Luna disse al vecchio che se fosse stata obbligata a recarsi a palazzo per obbedire all’Imperatore, sarebbe scomparsa.
Quando l’Imperatore fu informato dell’insistenza della principessa nel rifiutare di obbedire alla convocazione e del fatto che sarebbe scomparsa alla vista di tutti se fosse stata costretta a obbedire, decise di andare a vederla di persona. E così organizzò una battuta di caccia nei dintorni della casa del tagliatore di bambù per vedere la principessa. Lo fece sapere al vecchio, che approvò il piano. Il giorno seguente l’Imperatore partì con il suo seguito che riuscì ben presto a distanziare. Trovò la casa del tagliatore di bambù e scese da cavallo. Entrò e si diresse verso la stanza dov’era seduta la principessa insieme alle ragazze che la servivano.
Non aveva mai visto una bellezza così incomparabile e non riusciva a fare altro che guardarla, perché era più bella di qualsiasi essere umano con quell’aura di luce tenue che irradiava. Quando la Principessa Chiar-di-Luna si accorse che un estraneo la stava guardando, cercò di fuggire dalla stanza, ma l’Imperatore la bloccò e la pregò di ascoltare quello che aveva da dirle. Per tutta risposta lei si limitò a nascondere il viso nelle maniche.
L’Imperatore s’innamorò profondamente di lei e la pregò di venire a corte, dove le avrebbe dato una posizione di alto onore e tutto quello che avesse desiderato. Avrebbe mandato un palanchino imperiale per portarla subito con sé, perché, diceva, la sua grazia e la sua bellezza dovevano essere un ornamento della corte e non rimanere nascoste nella casetta di un tagliatore di bambù.
Ma la principessa lo interruppe. Disse che se fosse stata costretta ad andare a palazzo, si sarebbe subito trasformata in un ombra, e già mentre stava parlando cominciò a perdere la sua forma e a svanire alla vista dell’Imperatore mentre lui la guardava.
Allora l’Imperatore le promise di lasciarla libera solo se avesse ripreso la sua forma precedente, ciò che lei fece.
Era il momento di tornare indietro, poiché quelli del seguito si sarebbero domandati che cosa era successo al loro Imperatore che avevano perso di vista da un bel po’. Quindi le disse addio e lasciò la casa con la tristezza nel cuore. Considerava la Principessa Chiar-di-Luna la donna più bella del mondo; tutte le altre erano tenebra se paragonate a lei, e non faceva che pensarla giorno e notte. Trascorse molto tempo scrivendo poesie che le dichiaravano il suo amore e la sua devozione, glie le inviò, e lei, pur continuando a rifiutare di rivederlo, rispose con molte altre poesie in cui gli diceva con gentilezza e delicatezza che non avrebbe mai sposato nessuno su questa Terra. Queste piccole canzoni gli procuravano molto piacere.
In quel periodo i genitori adottivi si accorsero che la principessa una notte dopo l’altra sedeva sulla veranda e osservava per ore la luna con un espressione di profondo scoramento, scoppiando poi sempre in lacrime. Una notte il vecchio la trovò che piangeva come se avesse il cuore spezzato e la pregò di dirgli il motivo di tanta pena.
Tra le lacrime lei gli disse che aveva indovinato quando aveva pensato che lei non appartenesse a questo mondo, perché in realtà era arrivata dalla luna e il suo tempo sulla Terra sarebbe presto finito. Il quindici di quello stesso mese di agosto i suoi amici della luna sarebbero venuti a prenderla, e lei avrebbe dovuto fare ritorno. I suoi genitori si trovavano là, ma avendo passato una vita sulla terra, se li era dimenticati, come si era dimenticata il Mondo della Luna a cui apparteneva. Il pensiero di lasciare i suoi buoni genitori adottivi e la casa in cui era stata felice per tanto tempo la faceva piangere.
Quando le sue compagne udirono tutto questo, diventarono molto tristi e persero l’appetito al pensiero che la principessa le avrebbe presto lasciate.
L’Imperatore, non appena gli fu portata la notizia, mandò dei messaggeri fino alla casa per sapere se quanto gli era stato riferito fosse proprio la verità.
Il vecchio tagliatore di bambù uscì incontro ai messaggeri imperiali. Gli ultimi giorni di sofferenza avevano lasciato il segno: era molto invecchiato e dimostrava più dei suoi anni. Piangendo amare lacrime disse che la notizia era fin troppo vera, ma che aveva intenzione di prendere prigionieri gli inviati della Luna e di fare tutto quello che poteva per impedire che la principessa fosse portata via.
Gli uomini tornarono a palazzo e riferirono a sua maestà tutto quello che era successo. Il quindici del mese l’Imperatore mandò duemila guerrieri per custodire la casa. Mille si appostarono sul tetto, gli altri mille facevano la guardia a tutte le entrate della casa. Tutti erano arcieri ben addestrati, armati di archi e frecce. Il tagliatore di bambù e la moglie nascosero la Principessa Chiar-di-Luna in una stanza interna.
Il vecchio ordinò che nessuno dormisse quella notte. Nella casa dovevano essere tutti ben vigili e pronti a proteggere la principessa. Con queste precauzioni e con l’aiuto degli armati dell’Imperatore sperava di resistere ai messaggeri della luna, ma la principessa gli disse che tutte quelle misure per trattenerla sarebbero state inutili e che quando la sua gente fosse arrivata, niente avrebbe potuto impedire che portassero a termine la loro missione. Perfino gli uomini dell’Imperatore sarebbero stati impotenti. Poi aggiunse tra le lacrime che le dispiaceva immensamente lasciare lui e la moglie che aveva imparato ad amare come genitori, che se avesse potuto fare come voleva sarebbe rimasta durante la loro vecchiaia e che avrebbe cercato di tornare per ricambiare tutto l’amore e la gentilezza che avevano riversato su di lei durante la sua vita sulla Terra.
Si fece notte. La luna gialla come il grano salì in cielo, inondando con la sua luce dorata il mondo addormentato. Regnava il silenzio sulle foreste di pini e di bambù, mentre sul tetto mille uomini armati aspettavano.
Poi verso l’alba la notte diventò grigia e tutti sperarono che il pericolo fosse cessato, che dopo tutto la Principessa Chiar-di-Luna non li avrebbe lasciati. Improvvisamente videro formarsi una nuvola intorno alla luna, e mentre guardavano, la nuvola cominciò a muoversi verso la Terra. Si avvicinava sempre di più, e tutti videro con sgomento che si muoveva in direzione della casa.
In pochi momenti il cielo fu completamente oscurato, finché la nuvola si fermò sopra la casa a pochi metri da terra. Al centro della nuvola c’era un carro volante e nel carro un gruppo di esseri luminosi. Uno di loro, che aveva l’aspetto di un re e sembrava essere il capo, scese dal carro e, librandosi in aria, chiamò il vecchio perché uscisse.
«Per la Principessa Chiar-di-Luna», disse, «è giunto il tempo di tornare sulla Luna da cui è venuta. Aveva commesso una grave mancanza e per punizione è stata mandata a vivere quaggiù per qualche tempo. Abbiamo riconosciuto la grande cura che hai avuto per lei e ti abbiamo ricompensato con salute e prosperità. Abbiamo messo dell’oro nei bambù perché tu lo trovassi».
«Ho allevato la principessa per vent’anni», disse il vecchio, «e mai ha commesso delle mancanze, quindi la ragazza che stai cercando non può essere questa. Ti prego, cerca altrove».
Allora il messaggero chiamò ad alta voce:
«Principessa Chiar-di-Luna, esci da questa umile casa! Non rimanere qui un altro momento!».
A queste parole i pannelli della stanza della principessa si aprirono da soli e rivelarono la principessa raggiante nel suo splendore, luminosa e favolosamente bella.
Il messaggero la guidò fino al carro e ve la fece salire. Lei si guardò indietro e provò compassione nel vedere la disperazione del vecchio. Gli rivolse molte parole di conforto e gli disse che non lo abbandonava di sua volontà e che avrebbe dovuto sempre pensare a lei ogni volta che guardava la luna.
Il tagliatore di bambù supplicò di poterla accompagnare, ma questo non era possibile. La principessa si tolse il mantello ricamato e glielo diede per ricordo.
Una delle creature lunari che si trovavano nel carro reggeva uno stupendo manto alato, un altro aveva un’ampolla di Elisir della Vita che fu fatto bere alla principessa. Lei ne inghiottì un po’ e stava per dare il resto al vecchio, ma le fu impedito di farlo.
Il mantello alato stava per esserle posato sulle spalle, ma lei disse:
«Aspetta. Non posso dimenticare il mio buon amico, l’Imperatore. Devo scrivergli qualcosa per dirgli addio mentre ho ancora questa forma umana».
Malgrado l’impazienza dei messaggeri e degli aurighi, li costrinse ad aspettare mentre scriveva. Mise nella lettera l’ampolla dell’Elisir e, nel consegnare la lettera al vecchio, gli chiese di recare entrambe all’Imperatore.
Poi il carro cominciò a muoversi verso la luna, e mentre tutti guardavano con occhi pieni di lacrime la principessa che se ne andava, l’alba apparve, e nella rosea luce del giorno il carro della luna e tutti i suoi occupanti si persero tra le nuvole sospinte attraverso il cielo sulle ali della brezza del mattino.
La lettera della Principessa Chiar-di-Luna fu recapitata a palazzo. Sua maestà ebbe paura di toccare l’Elisir della Vita e lo fece portare insieme alla lettera sulla cima della più sacra montagna del paese, il monte Fuji, sulla cui vetta i messaggeri imperiali lo bruciarono al levar del sole. E da quel giorno la gente vede del fumo levarsi verso le nuvole dalla cima del monte Fuji.
FINE

venerdì 27 maggio 2011

La luna, che argentata mi scruta dall’alto,
con il suo dolce manto argentato ricopre le mie lacrime,
che scintillano come frammenti di cristallo
nell’oscurità della notte,
anche questa notte i sogni,
che volano imperterriti
come farfalle dalle ali dorate,
non si poseranno su di me,
e io mi sento a casa nell’oscurità del mio cuore

mercoledì 25 maggio 2011

Le stelle, quelle vere, per illuminare gli altri bruciano se stesse...

venerdì 29 aprile 2011


Selene e Endimione

SELENE

Dalla titanessa della luce, Teia (detta anche Tia o Tea o Theia oppure Euryphaessa) "colei che splende fin lontano” e dal fratello Iperione, identificato con la luminosità del cielo nacquero: Elios, il grande Sole, Selene, la splendida Luna, ed Eos, la luce dell'Aurora.

La dea viene generalmente descritta come una bella donna con il viso pallido, che indossa lunghe vesti fluide bianche od argentate e che reca sulla testa una luna crescente ed in mano una torcia.

Da lei, dal suo immortale capo, un diffuso chiarore
si spande sulla Terra e una sovrumana bellezza appare
sotto la sua luce: l'aria buia si fa luminosa
di fronte alla sua corona dorata, e i raggi splendono
quando dall'Oceano, lavate le belle membra,
indossata la veste lucente, la divina Selene,
aggiogati i bianchi puledri dal collo robusto,
lancia in avanti il cocchio splendente
e appare, dopo il tramonto, al culmine del mese.*

Luna al suo culmine, regina della notte, collegata alla natura ed al culto dei morti, Selene era anche la dea della fecondità. Per i greci la dea Selene, sorella di Elios e di Eos, guidava il carro lunare. I romani invece vedevano in essa la dea della caccia Diana mentre gli egizi la identificavano con Iside.
Selene è la personificazione della luna piena, insieme ad Artemide, la luna nuova, alla quale è a volte assimilata, ed a Ecate, la luna calante.

Selene, da Sèlas: “splendore”, era spesso raffigurata nel firmamento alla guida del carro lunare trainato dai candidi buoi che Pan le aveva donato per consolarla dell'inganno grazie al quale era riuscito a sedurla: "nascosto il pelo irsuto e nerastro sotto il vello di una bianca pecora, aveva potuto avvicinarla convincendola a salire sulla sua groppa per poi goderla, ormai consenziente" (Kâroly Kerênyi).
Questo racconto cela probabilmente la traccia di un antico rito orgiastico, che aveva per scenario il chiaro di luna della magica notte di Calendimaggio, quando la regina della festa cavalcava in piedi un maschio prima di congiungersi con lui in un sacro amplesso.
Un'altra versione racconta la travolgente passione del dio Pan, tanto brutto e oscuro quanto Selene era bella e splendente, ma Selene amava l'oscurità ricevendone l'abbraccio ogni notte.

Secondo il mito, ogni sera Elios adagiava la sua aurea quadriga sull'Oceano, dove sorgeva Selene, con la quale giaceva nella notte. Poi si salutavano e, mentre il dio solare dormiva nella coppa forgiata da Efesto aspettando l'arrivo della sorella Eos, Selene percorreva il cielo stellato in compagnia delle nove sacerdotesse che badavano al suo argenteo cocchio. Per venticinque giorni i due fratelli amanti s'incontravano, ma gli altri cinque Selene, all'insaputa di Elios, si recava dietro la catena montuosa del Latmo, in Asia Minore, per dedicarsi all'amato Endimione col quale giaceva per tre giorni (quelli del novilunio quando la Luna non è visibile).
Il nome Endimione significa "colui che dimora dentro" e con "dentro" si intende il grembo della grotta, dove la dea lo vide per la prima volta, innamorandosene perdutamente. Così sdraiatasi al suo fianco, lo baciò sulle palpebre e da quel momento i suoi occhi non si riaprirono più, suggellando un sonno eterno. Non è univoca la spiegazione che si dà per questa condizione particolare: c'è chi dice essergli stata imposta proprio da Selene per poterlo ammirare e baciare liberamente ogni volta che lo desiderava; chi parla di un dono di Ipnos, il dio alato del sonno che, innamoratosi di questo bellissimo giovane, gli avrebbe consentito di vivere per sempre dormendo a occhi aperti; chi parla di un dono di Zeus su espressa richiesta di Endimione di cui Zeus era il padre. Infine c'è chi sostiene che si trattasse di una punizione voluta dallo stesso Zeus, per aver Endimione mancato di rispetto a Era, regina degli dei.

giovedì 21 aprile 2011

Artemide, Dea lunare dell'Olimpo


La nascita di Artemide e il suo ruolo nell' Olimpo
Artemide, Dea della caccia e della luna nuova è figlia di Zeus (Dio del Cielo) e Latona (Ninfa) e sorella gemella di Apollo (Dio del Sole).
La Dea Artemide, nata nell' isola di Delo prima di Apollo, aiutò la madre a partorire il fratello.
Un giorno mentre era ancora una bimba di tre anni suo padre Zeus la prese sulle ginocchia e le chiese quali doni avrebbe gradito.
Lei rispose: l'eterna verginità; l' eterna giovinezza, tanti nomi quanti ne ha mio fratello Apollo; un arco e delle frecce come i suoi; il compito di portare la luce; una tunica da caccia color zafferano con un bordo rosso, che mi giunga fino alle ginocchia; sessanta giovani Ninfe oceanine, tutte della stessa età, come mie damigelle di onore; venti Ninfe dei fiumi, perchè queste si curino dei miei calzari e nutrano i miei cani quando io non sono impegnata nella caccia. Artemide allungo la mano per accarezzare la barba di Zeus che sorrise con orgoglio. Lei lo ringrazio, saltò giù dalle sue ginocchia e dopo scelse molte Ninfe di nove anni come Sue ancelle.
La Dea Artemide è una delle dodici grandi divinità del Monte Olimpo insieme al fratello Apollo. I Romani la identificavano come Diana. A volte Artemide viene confusa con altre tre divinità che sono in realtà diverse: Selene (Dea della luna piena), Ecate (Dea della luna calante) e Siria (Dea della metamorfosi).
Il carattere di Artemide e le sue imprese
Artemide è la dea arcera che vive con le ninfe nel bosco, simbolo di libertà, di sorellanza e di capacità di centrare i propri obiettivi.
Dea degli animali selvatici, le donne la chiamano per alleviare i dolori del parto. Tuttavia ha un
carattere a tratti selvaggio e vendicativo e numerose furone le vittime della sue collera.
1) Una delle sue prime imprese fu, col fratello Apollo, di mettere a morte i figli di Niobe, compito datole dalla madre Latona; un giorno, infatti, Latona sentì dire a Niobe di essere un' eroina superiore e offesa da questa affermazione chiese ad Apollo di uccidere i figli maschi e ad Artemide di uccidere le figlie femmine.
2) Orione aveva cercato di violentare Artemide e così la Dea infuriata gli mandò contro uno scorpione ed Orione venne punso nel tallone e lo uccise; per aver reso tale servigio, la Dea trasformò lo scorpione e la sua vittima, Orione, in costellazioni; ed è per questo che la costellazione di Orione fugge sempre da quella dello scorpione.
3) Atteone aveva inavvertitamente scorto Artemide mentre Ella, nuda, si bagnava in una fonte. La Dea, infuriata, gli aizzò la muta di cinquanta cani dello stesso Atteone, che ella aveva nel frattempo trasformato in cervo; i cani, non riconoscendo il loro padrone nella nuove sembianze, lo sbranarono.


Attributi di Artemide
Vestita in una corta tunica, armata di un arco d'argento, una faretra colma di frecce sulla spalla, vagava per i boschi con il suo stuolo di ninfe ed i suoi cani. Veniva associata a molti animali selvatici, simboli delle sue qualità. Il cervo, la daina, la lepre, la quaglia per la loro natura sfuggente. La leonessa per la sua regalità e l'orso feroce per il suo aspetto distruttivo. L'orso era anche degno simbolo del suo ruolo di protettrice dei piccoli. Era anche associata al cavallo selvatico, libero come lei. Quale dea della luna viene rappresentata con in mano una torcia e con il capo circondato dalla luna e le stelle.
 

ARTEMIDE, LA SORELLANZA E LA NATURA
di Manuela Caregnato
Quale Dea della caccia e della Luna, Artemide è la personificazione dello spirito femminile indipendente. Ella rientra nella categoria delle Dee vergini e a differenza di altre, non fu mai rapita o abusata e rappresenta un senso di integrità, di completezza, il cui valore non dipende da "con chi" essa sta, ma da ciò che essa è e sa fare.
La sua abilità di arciera fa di lei l'archetipo di un femminile che si pone un'obbiettivo e senza indugi lo raggiunge, dunque rappresenta la capacità di realizzare i propri progetti, una volta messi a fuoco.
Per quanto competitiva, Artemide non vede nelle altre donne delle rivali, bensì delle sorelle. Infatti corre per i luoghi selvaggi sempre accompagnata dalle sue ninfe, divinità minori dei boschi, delle montagne e dei ruscelli. Per altro si arrabbia tantissimo e si attiva per difendere le altre donne, quando queste sono in pericolo. Si tratta dunque di un femminile che prova un senso di solidarietà con le altre donne, la cui compagnia considera irrinunciabile e i cui diritti difende a spada tratta. Per questa ragione è stata presa a modello da molti movimenti femministi.
Nei confronti degli uomini ha un atteggiamento cameratesco, ma senz'altro non cade preda di innamoramenti e fascinazioni. Il gemello Apollo, dio del sole, può essere visto come la sua controparte maschile: lui il sole, lei la luna.
Il suo amore per la natura selvaggia, per i luoghi incontaminati e gli animali liberi fanno di lei anche un modello di donna ecologista, impegnata nella lotta per la salvaguardia dell'ambiente.

Artemide non si realizza nella maternità, e rappresenta un genere femminile che "si basta" e che trova la sua soddisfazione nell'essere pienamente sè stessa, nel lottare per ciò in cui crede e nel contatto con la natura che rappresenta la parte più selvaggia di noi.
Tuttavia, avendo aiutato la madre a mettere il mondo suo fratello, è considerata Dea del parto e protettrice delle partorienti, che la chiamano in suo aiuto nel momento del bisogno.
Viene infatti rappresentata come dea dalle cento mammelle, come si vede in questa rappresentazione dell'Artemide Efesia.

IL RAPPORTO FRA I DIVERSI VOLTI DI ARTEMIDE
di Patricia Monaghan
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Così come ce la mostra l'arte occidentale, Artemide è la vergine dea lunare che vaga per boschi e foreste acccompagnata dal suo corteo di ninfe, armata di arco e faretra, evitando gli uomini e uccidendo qualsiasi uomo che abbia osato guardarla. Ma questa versione a noi familiare non è che una delle tante identità assunte da questa complessa dea greca: essa era infatti anche l'Artemide di Efeso dalle molte mammelle, un simbolo semi-umano della fecondità e l'Artemide guerriera, ritenuta protettrice delle amazzoni. E' problematico comprendere se Artemide sia stata in origine una dea omnicomprensiva, scissasi in seguito in due identità distinte, o se invece abbia acquisito una natura così complessa assorbendo gli attributti che in precedenza contraddistinguevano le dee minori, allorchè i suoi fedeli ebbero in mano il dominio della grecia.

Comunque stiano le cose, Artemide, come Iside o Ishtar, finì per rappresentare le mutevoli energie femminili. Da qui nasce la sua contradditorietà: essa era vergine dedita alla promisquità sessuale; era la cacciatrice che proteggeva gli animali; era un'albero, un'orsa, la luna. Artemide era l'immagine della donna, che, attraversando la propria vita, assume via via ruoli diversi; era un vero e proprio compendio delle potenzialità femminili.

In uno dei suoi aspetti Artemide era una ninfa e governava su tutte le ninfe, una forza elementare il cui regno erano iboschi, nei quali vige un ordine tanto diverso da quello umano da apparire a noi come informe e libero; ma questa libertà è quella della completa obbedienza all'istinto, che gli animali possiedono ancora, a differenza degli esseri umani.
Sotto questo aspetto Artemide era la 'Signora della Selvaggina', la forza dell'istinto che assicura, attraverso la morte degli individui, la sopravvivenza della specie.
Come Signora degli animali, era per i Greci l'invisibile guardiano degli animali selvatici, colei che uccideva con le sue frecce acuminate chiunque desse la caccia a bestie gravide o a cuccioli. Un altro istinto su cui vegliava era quello della riproduzione, nelle sue manifestazioni del sesso e del parto; essa seguitò a essere la protettrice delle partorienti anche nella leggenda più tarda; quando la sua importanza come dea era ormai oscurata da quella degli dei maschi, il mito descriveva ancora Artemide come la gemella (nata prima) del sole (che in origine non era considerato suo fratello), la quale avrebbe fatto da levatrice durante la nascita di quest'ultimo. Artemide era la forza della creazione, colei che le madri greche invocavano quando le doglie del parto avevano inizio, trovando un sollievo nella credenza che essa le assistesse durante il travaglio così come faceva per qualsiasi femmina animale in procinto di partorire.

L'aspetto di ninfa dei boschi, dopotutto, non differisce poi molto da quello più noto della Madre Artemide, il cui grandioso tempio nella città di Efeso, legata al ricordo delle Amazzoni, era una delle meraviglie del mondo antico. Lì si ergeva la sua famosa statua massiccia, costituita da un possente busto privo di gambe da cui pendeva un gran numero di mammelle, sovrastato da una testa che reggeva la corona turrita della città. Questa Artemide era soltanto una visualizzazione diversa della stessa energia rappresentata dalla ninfa boschiva: l'istinto vitale, che spinge a produrre e riprodurre in continuazione, a divorare e a morire. Vi è una forza nell'immagine di Artemide Efesia che potrebbe anche venir percepita come terrificante, tanto appare immane e disumana.

Dea più adorata della Grecia, Artemide era onorata con rituali molto popolari, anche se vari, così come vari erano gli aspettti della dea stessa. A Efeso, nel suo ricco tempio, Artemide era servita da sacerdotesse caste, che prendevano il nome di Melisse, o api, e da sacerdoti eunuchi. A Sparta era Korythalia, venerata con danze orgiastiche. Le Amazzoni adoravano la madre della guerra, Astateia, con una danza circolare durante la quale percuotevano gli scudi e battevano il suolo con i piedi ricoperti da calzari atti alla guerra. Sembra, però, che le feste più popolari in onore di Artemide fossero quelle celebrate durante le notti di luna piena, in cui i fedeli si radunavano nel bosco sacro alla dea e si abbandonavano al suo potere, facendo baldoria e accoppiandosi senza conoscersi. La dea preferita della Grecia era dunque la personificazione della legge naturale, una legge così diversa da quelle della società, tanto più antica, forse destinata a durare eternamente.